Presentazioni



Presentazione di Piero Caprile

Stefano Bottosso, apre la sua pagina di ufficialità e incontro col pubblico, con questa personale.
Giovanissimo, preparato con serio rigore, nonostante il riserbo che lo farebbe sembrare silenziosamente ermetico, vuole documentarsi sui maggiori punti di ascolto della natura. Egli infatti dipinge sempre all'aria aperta, puntualizzando rapporti di finezza serena e musicale: sono i paesaggi del Livornese che attraggono il giovane Bottosso, anche se egli proviene da ambienti non toscani. Ma il clima di Livorno, la sua colorazione, i suoi accenti squillanti e calmi, lo hanno virtualmente attratto e appunto, da qualche anno sta studiando, dal vero, questa realtà labronica: Via della Leccia, Monterotondo, le colline monteneresi o le trasparenti cordialità di certe ulivete. Oppure, usando sempre toni di rispettoso affetto, si trasferisce in altre zone, ma inserite nella poesia: Fauglia, Bolgheri, Tombolo, Talamone, la Maremma, o i vicoli di una Pisa ancora intatta. Perché Bottosso è alla ricerca di motivi che si addicano alla sua consistenza romantica, come pensiero di estetica, e al programma di colore riportandoci sempre ad una tecnica di morbidezza. Anche per quanto concerne le intensità dei verdi, dei celesti, degli ocra, quei contorni su cui maggiormente poggia la creatività della natura, egli organizza un suo discorso sereno e pittorico che vuole essere personale, spontaneo e di sottile ricerca.

Novembre 1975, Piero Caprile

Un artista e la luce

Nato il 14 dicembre del 1949, Stefano Bottosso, autodidatta, si è formato alla scuola labronica come “scuola di pittura“. Ha avuto le prime concrete esperienze, negli anni 70, culminate con la prima mostra, a Livorno, nel 1972. Ha tenuto, sempre a Livorno nel 1975 ed a Firenze nel 1980 e nel 1982, delle mostre personali. Ha partecipato inoltre a diverse collettive anche col gruppo “Silvestro Lega“ soprattutto a Livorno ed a Firenze dal 1978 in poi.
Permangono in lui le tracce dei macchiaioli e l’esperienza del “pointillisme“ e del “divisionismo”, convogliate però da una personale rivisitazione di paesaggi e di interni. L’adesione poetica lo fa soggettivamente partecipe degli eventi narrati, ben al di là delle tecniche usate.
Nei risultati più felici, la descrizione pittorica di un contesto diventa partecipazione emotiva traslata, in cui la denotazione degli ambienti naturali si fa connotazione di stati d’animo; partecipazione timida e solare insieme ad una situazione in cui il ruolo delle piccole cose è anche il ruolo del pittore come “piccola grande persona“, smarrita e consapevole insieme della sua condizione fisica e metafisica; festosamente partecipe del brillare dei frammenti di luce sugli oggetti del cosmo: frammenti che divengono attimi di riposo per una condizione umana cui è concesso, come piccola gloria privata (e insieme come angoscia per l’impossibilità di comunicare, se non con il pennello), il privilegio di partecipare alla vita.

Gennaio 1988, Palaia (Pi), Prof. Francesco Paciscopi

Lungo il fiume e sull’acqua

C’è un pittore toscano di paesaggi che crede ancora nella bellezza (e non vi è bellezza senza sincerità) del mestiere, inteso come conoscenza approfondita dei materiali. Prova una sensualità lievitata nel toccare, nello svolgere una tela di lino grezzo, nel tirarla con le tenaglie sul telaio fragrante di falegnameria con le sellerine (dolce sadismo), si sporca le dita di gesso e colla eseguendo l’imprimitura.
E’ tempo di partenze. Se questo pittore in un viaggio d’avventura e ricerca, perchè crede ancora al plein air e agli echi che la visione diretta del paesaggio sa suscitare, approda in terra veneta, la tensione si farà sicuramente più avvolgente. E’ quello che è capitato a Bottosso, anche se veneto di origine, totalmente toscano per educazione e formazione: primato nel disegno e di una salda composizione, il colore un a-posteriori che deve innestarsi nella struttura disegnativi. Ogni dettaglio esaminato capito e unificato all’insieme (dalla sintesi all’analisi che torna alla sintesi). Il pittore toscano di paesaggio giungendo in terra veneta farà resistenza al “diverso”, “all’altro”. Un paesaggio non saldo per la presenza costante dell’acqua, mobile per moto fisico ma soprattutto per il riflesso che disgrega la forma e la ricompone per magia. C’è la nebbia che vela e fa perdere consistenza ai primi piani. Poi la luce che rende altissime le meditazioni dei Santi e della Vergine Sofia nelle pale dell’ultimo Bellini e che, attraverso un arco amplissimo di secoli, arriva nella pittura dei Ciardi, dei Buranelli, a Saetti e Guidi fino all’informale di Afro e Santomaso, a Vedova che ha studiato le pitture nere del Tintoretto. E’ la rivoluzione del colore-luce che costruisce direttamente la forma superando l’impalcatura del disegno.
Tutto questo a ben capito e vi ha opposto resistenza. Nei quadri di grande formato soprattutto, anche se percorsi da fiumi carichi di realtà speculari, la composizione è salda, non vi sono concessioni a realtà diverse: ma in dipinti di piccolo formato, nella luce che disgrega tutto, in un continuo infinito, vi riaffiorano dopo aver perduto la loro presunta realtà, casolari non più abbandonati ma rigenerati dalla nuova visione e alberi rivitalizzanti da linfe lucenti. Qui Bottosso scopre e diviene l’altro da sé: questo è amore, la cui prima parola, in fondo, non può essere io, ma tu.
1993, Bagnarola (Pn), Lionello Fioretti

Bottosso: nella sua pittura mistero e costruzione della realtà

Chi... ed e' la storia di Stefano Bottosso, e' nato con una luce doppia, quella della effettiva venuta al mondo e quella di educazione alla pittura, puo' aspirare alla soluzione di una pittura totale. Bottosso nasce sul versante d'oriente-veneto dell'arte italiana, tra acque di fiumi e orizzonti prossimi alle vette. Egli stesso pero' tiene ad affermare che la sua preparazione alla pittura e "Labronica". Ossia del versante occidentale dell'arte italiana, sul Tirreno Etrusco. Scuola labronica e' un dato storico, ancora tutto da inserire nella vicenda di Moderni del Novecento. Ma, ed entriamo piu' nel profondo della pittura di Bottosso, significa Livorno, ossia il mare.
E' accertato, anche dalla scienza del come veniamo al mondo, che le prime luci, i primi rumori, innestano in noi segni incancellabili. Questi segni vengono in seguito modificati, anzi si intrecciano con la stagione formativa dei giochi e degli studi, ed anche dei primi amori. Si puo' ottenere, ed e' il punto di partenza per fermarci sulla pittura di Bottosso, da una sintesi di opposti che innalza una pianta nuova; piu vitale per l'incrocio.
Stefano Bottosso e' un frutto di aromi visivi, eccitanti ed insieme limpidi di serenita' perche' nasce da due opposte visioni della luce: la' dove il sole nasce e la' dove il sole si avvia alla misteriosita' della sera. Si capiscono meglio, cosi', le provocazioni di mistero che il paesaggismo di Bottosso produce, innalza a poesia talune opere, dove l'ombra e' essenziale. Su tale senso del mistero dell'artista labronico-veneto il discorso porta a conclusioni per lui positive. Nel ritorno al figuratismo con cui sta chiudendosi il Secolo, senza nulla togliere alla vitalita' innovante delle avanguardie. Pero' dando alla figurazione gli stessi valori di astrazioni visive, quando l'artista include nelle forme della realta' invenzioni di luce. La scuola labronica di cui Bottosso si sente, con generosa devozione, un erede affacciato sul nuovo delle arti, indubbiamente lontano ormai dagli inizi del Secolo, e' stata una sintesi di situazioni: dalla gloria macchiaiola alle esperienze derivate dal Divisionismo. E' stata, ed e' nella nostra storia dell'arte, un incontro di volonta' e di progetti che andra' definito; con sorprese sulle singole individualita' e sul collettivo generazionale circa i risultati ormai destinati ai Musei del Novecento.
Chi scrive questa testimonianza, per il piu' giovane Bottosso, ricorda le conversazioni con Beppe Guzzi sulla "sua scuola di giovinezza". Pero', ed e' questo il punto a favore di Bottosso, di generazioni "labroniche" successive, non si rimane erede. Si e', ed e' appunto questa la pittura di Bottosso, nell'oltre la propria scuola. Un "oltre" decifrabile nella pittura di questo artista in linee e colori che sono anche venete: un termine vasto che serve ad indicare non solo una origine ma una natura intima che produce spazio. Stefano Bottosso e' un autore di spazi poetici suoi, nel senso di proprio tempo. E' un tempo di immersione nella natura con recupero di sensazioni che rischiavano la dispersione con l'avvento delle informalita', delle geometrie pure, delle astrazioni avviate al rischioso confine del bianco solo bianco (Angelo Savelli) o del nero solo nero (Alberto Burri). Un pittore quale il nostro vuole recuperare valori perenni della figurazione secondo realta', iniettandoci fantasia astratta, calori e colori secondo il progresso stesso della civilta' visiva. I quadri di Bottosso hanno come impianto una continuita' orizzontale: il mare, il prato, il viale, le ombre distese sul piano. Hanno simultaneamente, una componente verticale: gli alberi, le rocce, lo stesso accentuato spacco della roccia, I'edificio scelto a facciata innalzante. E' il segnale-prova di come la rivoluzione delle geometrie nelle arti e' entrata nella circolazione mentale, e visiva, di questo artista.
Bottosso, cosi' letto nella vicenda di artista figurativo che parte da una lezione toscana ben delimitabile, entra nella Neofigurativita' di fine Novecento, che recupera ed esalta un immaginismo incantato dinnanzi alla natura senza tradurne i contorni, e insieme produce sensazioni diverse, persino geometriche ed astratte, da cui l'occhio dell'uomo di oggi e' inevitabilmente attratto.
L'immagine acquista persino valori composti piu' completi. Con piu' chiarezza si puo' dire che la bellezza e la comunicazione del quadro di Bottosso e' il risultato di una fedelta' figurativa, per il piacere della bellezza, e anche il risultato di una accettazione interiore di cio' che e' l'arte dopo le avventure grandi di questo secolo. Un discorso necessario va' aperto, ed andra' sviluppato, sulla luminosita' della pittura di Bottosso. Sono squilli di luce trionfale, di un sole che venendo da Levante e' maturo, carico, succoso. Gli alberi sono impollinati di energia e insieme di dolcezza del tramonto. Sulle azzurrita' marine il sole preme rendendole linea pura e profondita' senza confini. I verdi sono luminosita che includono il nero e il bianco. I gialli sono allegria ed insieme mestizia, confinanti con i rossi. C'e una liricita' passionale e drammatica, serena e misteriosa. Ci sono, dentro, echi musicali da Puccini a Mascagni. C'e', dentro, la gioia mesta dannunziana. Ecco: Livorno e Tirreno. Il mare aperto. Echi di Shelley. I silenzi di questo pittore sono di tessuto visivo e musicale. Da cio' la conclusione sull'attualita' di tale via figurativa della pittura, per cui Bottosso entra nella nostra vicenda pittorica, verso i rendiconti del Secolo.
L'uomo di oggi si immerge nel mistero delle cose, fuori e dentro di lui, quanto piu' le cose e l'uomo trovano spiegazioni nella scienza. Un paesaggio e' sempre un paesaggio. Il mare e', sempre, il mare. Piu' conosciamo, piu' forte e' la carica di mistero che la conoscenza produce. In Bottosso c'e' tale situazione: scendere nella realta' delle cose, sapendo che oltre la bellezza visiva, dentro le cose, e quindi dentro il paesaggio, regna il mistero dell'Universo. Vi cerchiamo bellezza e significati secondo i nostri stati d'animo. Su tale linea e' il futuro di questo artista, nelle sintesi che l'arte va sviluppando.

Roma, 9/2/1998, Giuseppe Selvaggi

Bottosso: la ricerca del colore

Parlando con il pittore Stefano Bottosso sono rimasto colpito da una frase che puo sintetizzare la ricerca pittorica da lui intrapresa in quest'ultimo periodo e presente in questa esposizione. Chiedendogli che cosa tentasse di esprimere nelle sue tele, egli mi ha risposto "quel particolare momento". "Quel particolare momento", e' il tendere a ricostruire sulla tela l'infinita cromia coloristica che, nell'arco della giornata la luce dona al paesaggio, il quale diviene pretesto pittorico, comprimario nei dipinti di Bottosso.
Guardando le opere possiamo osservare quanto per esso sia importante la padronanza della tecnica e come abbia appreso dai maestri del colore italiani, "e' indubbia un'affinita' elettiva con la pittura divisionista" e francese in particolar modo con Monet, il quale nelle serie di soggetti ripetuti come ad esempio La Cattedrale di Rouen e le celebri Ninfee ricercava l'implosione del soggetto attraverso la luce mutevole della giornata.
Ed e' appunto la luce l'interlocutore primario del nostro, ormai lontano dai suoi esordi alla pittura, quando con alcuni colleghi andava dal vero a dipingere piccole tavolette esercitandosi nella piu' verace tradizione macchiaiola. Oggi sembra, soffermandoci davanti alle sue opere, che ci inviti ad osservare il mondo che ci circonda, ormai abituati sempre piu' al guardare tutto fugacemente, sia esso un paesaggio o un'opera d'arte, ossessionati dai mille impegni giornalieri, dobbiamo riabituare l'occhio alle sfumature del bello che ci circonda per poterne afferrare la profonda essenza; ed e' proprio questa la lezione recepita da Stefano Bottosso attingere dalla natura la sua profonda mutevolezza.

2000, Michele Pierleoni

Emozioni di luce e colore "nell'isola" di Bottosso

Le opere del pittore toscano sono esposte, fino al 29 ottobre, presso lo Studio d'Arte "La Saletta" di Cremona.
Nasce in Friuli, vive in Toscana, dipinge Capri e Ponza, si chiama Stefano Bottosso e, in questi giorni e fino al 29 ottobre, le sue opere resteranno esposte presso lo Studio d'arte "La Saletta" in corso Mazzini, raccolte sotto il titolo de "L'isola". La terra ed il mare, infatti, sono i soggetti prediletti, gli elementi determinanti una lettura della natura mediterranea del Bottosso, una lettura dotata di grande affabilità e di una sonorità di accenti davvero armoniosa.
Il colore cantante e la limpidezza della luce costituiscono, infatti, due delle doti più significative della pittura di questo autore, accanto tuttavia alla felicità compositiva che gli consente di individuare e di cogliere il particolare "giusto", l'inquadratura più efficace, dando così vita ad una lettura gradevole della realtà naturale. Stefano Bottosso, quindi, dipinge ciò che con l'occhio vigile ha determinato e con il pennello ha sveltamente fissato sulla tela, l'emozione momentanea, nata dalla luce, dall'ora, dalla stagione, il riflesso che tutto ciò ha nel colore, che si sfrange e si polverizza in infinite macchioline, in pigmenti vivacissimi, in stesure talvolta più caute e pacate, talaltra più dinamiche e composite.
Tra chiarità serene, le luminose essenziali visioni dei luoghi che si stagliano tra il cielo ed il mare, hanno una loro innata poesia, i colori vibrano di un arcano bagliore e le solitudini, che sono racchiuse dalle spiagge deserte e le distese marine, hanno sapori antichi e mitici, alte si innalzano le coste rocciose poste a quinta delle insenature: è un paesaggio solare, limpido e sommesso, una natura in cui pare di percepire il grido lontano degli uccelli marini come unica presenza che rompa i silenzi, calati dentro il rifrangersi colorato di mille particelle cromatiche immerse nella luce. Al postutto è un macchiaio-lismo, questo del pittore toscano, modernizzato e certo non digiuno dell'esperienza divisionista, tuttavia assai gradevole per la serenità assorta e meditata della lettura lirica della natura, una scelta artistica che potrebbe piacere a molti.
2000 domenica 8 ottobre, Cremona, Tiziana Cordani

L’atavico “carpe diem” di una poesia capace
di salvare la bellezza delle cose
che ancora ci circondano

L’ incursione di una componente romantica all’interno di una pittura praticata seguendo un sincero invito a cogliere l’attimo in cui i sensi si lasciano incantare dalla bellezza della vita presente configura, dalla fine del novecento, un sintomatico tema di rottura tipico di una distinta produzione della figurazione contemporanea, nella quale trova il suo congeniale spazio anche l’opera di Stefano Bottosso. L’artista nato nel 1949 a Brische di Meduna di Livenza, un paese in provincia di Treviso e trasferitosi sin dalla tenera età nelle campagne livornesi, propone, infatti, nell’organizzazione di una felice continuità espressiva mai fine a se stessa, una sorta di ideale sinergia tra l’abilità tecnica ed una inequivocabile naivetè, che ben si addice alla sua consistente ricettività emozionale.
Cresciuto artisticamente sotto la guida di un rigoroso studio del vero, speso nella frequentazione di quegli epigoni della corrente post-macchiaiola, che hanno saputo protrarre le caratteristiche principali della macchia per ottenere risultati di autentica poesia, Stefano Bottosso, a partire da meta degli anni ottanta, si affaccia al divisionismo per ricercare una strada più confacente alla evoluzione della sua pittura sempre più dominata dalla luce e dall’atmosfera.
E’ l’avvio di un’avvincente avventura intrapresa per ampliare il bagaglio culturale idoneo a formare una individualità artistica capace di offrire suggestive creazioni di grande fedeltà figurativa. In seguito dalla velatura all’impasto fino a quegli essenziali riferimenti al Monet delle celeberrime serie de “ La Cattedrale di Roen “ o delle ninfee, Stefano Bottosso, compie un audace “ iter della luce”.
Tuttavia la verifica dei limiti del naturalismo gli impone gli impone inevitabilmente di oltrepassare l’immagine oggettiva o apparentemente tale se carpita con l’uso della fotografia.
L’introduzione, nei suoi paesaggi, di una eloquente memoria emotiva permette a Bottosso di afferrare quei piccoli preziosissimi istanti, che hanno acceso la sua sensibilità, non solo per fissarli sulla tela, ma anche per suggerire allo spettatore una maggiore presa di coscienza della propria attività contemplativa.
Calarsi dentro un paesaggio con la consapevolezza che oltre la bellezza visiva regna il mistero dell’Universo è, per Bottosso, il primo verso di uno straordinario poema incentrato sugli stati d’animo provati di fronte alle cose. E la chiara esortazione a soffermarci su quei dettagli dispersi tra le righe della nostra frenetica quotidianità si trasforma in una geniale “ pars construens “ , laddove una serie di quadri rappresenta una sequenza intenta non tanto a cogliere il tempo nel suo sviluppo, quanto piuttosto a raffigurare il singolo frammento del tempo stesso nel suo dispiegarsi all’umana sollecitazione visiva. A questo proposito si sottopone la significativa mostra personale dedicata a Stefano Bottosso dalla Galleria Athena di Livorno nel 2000.
Attraverso un esposizione di circa cinquanta opere l’artista guarda alla profonda mutevolezza della natura cercando di ricostruire nei suoi lavori gli infiniti cambiamenti di luce che, in paesaggi diversi, si susseguono durante l’arco dell’intera giornata. E’ l’accorata speranza di riuscire a difendere a difendere l’essenza di un’emozione sorta in una frezione di secondo dal fatale sfaldarsi nella impietosa precarietà di una vita fugace. Non a caso, quindi, l’esibizione di questa umana, annosa ricerca della verità, dove è possibile ritrovare le infinite sfaccettature di affinità o dissonanze elettive, cerca rifugio nei timidi, fuggevoli sguardi alle impetuose atmosfere del “ quadro aperto “ turneriano caricando di senso perfino alcuni lavori non ancora terminati come, ad esempio una marina realizzata su carta l’estate scorsa durante un soggiorno in Sardegna.
Adesso il discorso pittorico si è completamente spogliato di quella spontaneità che alimentava le uscite “en plein air" degli esordi post-macchiaioli scegliendo motivi più consoni ad una elitaria indole romantica. Nell’immagine dai valori composti più completi la liricità passionale si stempera deliziosamente nei rapporti di squisita finezza musicale.
Il discorso pittorico grazie ad un programma di colore caratterizzato da una meravigliosa morbidezza si estrinseca in una poesia pura, che ha il suo referente in quei movimenti otto-novecenteschi ricchi di capolavori ancor oggi squisitamente moderni. Con una feconda esperienza trascorsa nell’ambito di una educazione estetica capace di riscoprire la bellezza della tradizione nella attualità, Stefano Bottosso conquista con garbo ed eleganza una auspicabile via di uscita nei confronti di quel nichilismo moderno, che ha aperto, inesorabilmente, sin dalla comparsa delle grandi avanguardie una congenitacrisi della comunicazione artistica. Sommersi dall’esteticità siamo costantemente dominati da una seducente leggerezza che rischia, talvolta, di ridurre la comunicazione stessa ad una consueta esercitazione dialogistica superficiale o inconsistente.
In un simile contesto, allora, perfino il più breve recupero memoriale emotivo strappato alla visione occorsa in un fiat diviene un interrogativo di grande pathos.
E sotto tale profilo lo sviluppo della pittura di Stefano Bottosso costituisce, senz’altro, un tassello fondamentale nella figurazione contemporanea.

Silvia Fierabracci, Arte a Livorno, Dicembre 2002, n°7.

L'isola - Michele Pierleoni - Galleria Athena

La Galleria d'Arte "Athena" è lieta di presentare all'attenzione del pubblico la mostra del pittore Stefano Bottosso del titolo "L'isola". Tale occasione permette di soffermarci sul percorso artistico che ha visto impegnato il pittore nell'ultimo triennio creativo, teso all'analisi coloristica di paeseggi tratti da note isole italiane. Il visitatore potrà così ritrovare in questa carrellata pittorica ambienti incontrati più o meno noti accostati a scorci suggestivi dove l'insediamento umano si presenta pienamente armonizzato nel contesto paesaggistico.
Viviamo così insieme a Bottosso le sensazioni da lui provate nei viaggi che l'hanno portato in isole quali Capri o Ponza , tanto per citerne alcune, restituite in una dimensione intima e quasi atemporale lontana dal frastuono turistico nel quale siamo a contestualizzarle nella nostra frenetica esistenza.

Ottobre 2004, Galleria d'Arte Athena (Li), Michele Pierleoni

Terre d'Acqua

Non c’è mai abbastanza tempo per fare ogni cosa. La fretta e la premura dominano il vivere quotidiano. Non c’è tempo da perdere per buttare uno sguardo sui più semplici e più affascinanti spettacoli che la natura ci offre quasi ogni giorno. La poesia? Ma scherziamo?, non c’è proprio tempo per sognare. Ad un bimbo è meglio insegnare il computer piuttosto che doversi perdere, e perdere tempo, nel rispondere ai mille curiosi perché con i quali egli pone l’assedio all’adulto… che non ha tempo.
Al cielo si guarda quel tanto che basta per sapere che tempo farà domani. Meglio di tutto è farlo attraverso la TV. Di questa non si può fare a meno… ci sono i TG, i cartoni animati, le polemiche politiche, i tele romanzi, i film dell’orrore, e soprattutto calcio, tanto calcio… ah! Finalmente domenica, e poi ancora lunedì… Ogni tanto compare un artista, uno di quelli veri. Con lui si scoprono paesaggi fantastici che sarebbe bello poter visitare facendo un lungo viaggio… meglio in aereo, c’è più garanzia di novità. Invece no! Delusione.
Il bello che l’artista ti mostra è fuori della porta di casa. Fa parte di quel panorama che incontri ogni giorno di premura, ma che non hai tempo di guardare, tempo di osservare… tempo di godere. L’artista ti aiuta a scoprire. Uno di questi è Stefano Bottosso da Brische. La sua origine è proprio lì, nella piccola frazione del comune di Meduna di Livenza. La sua casa natale era in riva al fiume Fiume. Lui ne ha risalito la corrente “inseguendo” la mamma Jolanda che s’è fermata a Fiume Veneto. Qui ha un piccolo studio ove, in brevi vacanze, sogna e fa sognare paesaggi belli, molto belli, del paese e dintorni. L’artista, pittore, si è formato alla scuola dei livornesi che si è fatta grande onore nell’edizione 2006 del Concorso Internazionale di Pittura “Città di Fiume Veneto”. Ha nutrito il suo estro sprofondando nei paesaggi della Maremma e dei colli toscani. Cogliendodi questi la grande poesia e la serenità “invadente”.
Ha visitato, direi percorso, in lungo e largo il territorio di Fiume Veneto. Ne ha fissato in mente e in foto camera alcuni aspetti più suggestivi di altri, più disarmanti nella loro quotidianità, più belli… Li ripropone con lo stile che è suo: a saper essere intenditori lo si potrebbe confondere con quello degli impressionisti, ma non è così. Pennellare leggere, colpi di punta di pennello, creano un effetto di mille “pixel”, nascosti talora sotto la leggerezza di un tratto che si traduce in foglia, fiore, in erba, in onda del mare, in ombra….
Stefano Bottosso non propone alcunché di nuovo, non trasforma la realtà, non altera il paesaggio. Evidenzia quello che un occhio sensibile può cogliere solo se avesse quel tanto o poco tempo che serve all’uomo per riprendere un contatto vivifico con la natura. Ecco che i quadri di Bottosso aprono l’animo a un mondo di sogno, di serenità, di autentica poesia. Ma quel mondo lo si può gustare ogni giorno fuori della porta di casa in un qualsiasi borgo di Fiume Veneto, lungo qualsiasi strada del comune, meglio ancora se in aperta campagna: in quel di Marzinis magari, o lungo il Sile, o ai laghi di Cesena, o lungo il Meduna…
Un’opera di Bottosso porta in casa l’aria antica di un mondo contemporaneo non ancora fagocitato o invaso dal cemento o dall’asfalto. Quel mondo che fa sognare, che può appagare nell’uomo il mai sopito desiderio di libertà, libertà soprattutto dalla fretta, dalla premura e dall’assillo del quotidiano.

2007, Giuseppe Bariviera

Al Convento caffè letterario - Terre d'acqua

La presente esposizione dal titolo Terre d'acqua, propone un ciclo di dipinti di Stefano Bottosso che traggono ispirazione dal paeseggio friulano, dove il verde della vegetazione e i mutevoli colori dei campi coltivati dall'uomo, si fondono con le acque di cui questa terra è così ricca. Molti riconosceranno i luoghi fermati dal pittore, nel suo pellegrinare tra la natura della bella regione italiana, ma capacità di pochi – e sicuramente Bottosso rientra tra questi – è saperne leggere i significati reconditi, l'intima poesia.
In opere come "Alba di nebbia", "Di primo mattino", "Alba ai laghetti", il soggetto narrato durante la stagione autonnale, partecipa nall'esecuzione, delle atmosfere di serenità e di apparente stasi temporale, dove le foschie fondono l'immagine rendendone fluide. Altri lavori come "Il sole dopo la pioggia", o "Mattino a Fiume Piccolo", mediano una pittura di matrice divisionista con un senso di ricercata causualità che personalizza la visione della natura, virando il dato reale in trasposizione soggettiva.
La produzione recente di Bottosso quindi, conferma come il paesaggio possa essere interpretato mutevolmente a seconda delle emozioni provate dall'artista, disposto a condividere con il pubblico, che vedrà sotto una nuova luce luoghi appartenenti al proprio vissuto quotidiano.

2008, al convento caffè letterario (Pn), Michele Pierleoni

Montalcino terra di Siena

Il pittore Stefano Bottosso presenta, nella mostra organizzata a Montalcino, quanto i suggestivi scorci naturalistici e architettonici di questa terra gli hanno trasmesso, restituendoci “la sua” Montalcino.
Il nostro artista ferma sulla tela momenti del giorno, scorci del luogo, suggerendo al visitatore riflessioni sulla bellezza del paesaggio toscano, trasposto nelle sue composizioni. Una pittura meditata, attenta agli effetti di luce, si veda ad esempio le due versioni di Tramonto a Montalcino, simili nell’inquadratura del soggetto ma diverse nella resa pittorica e nell’emozione che ci restituiscono.
Così scorrono davanti a noi opere intrise di poesia in cui lo scopo dell’autore è di trasmettere il particolare momento vissuto nell’atmosfera mutevole delle varie stagioni dell’anno.
Il dato che caratterizza tale nucleo di lavori è la ricerca di una soggetto silente dove l’uomo vive in condizione di osmosi con la natura che lo ospita. Sicuramente aiutato dalla “sobrietà” di questi luoghi, Bottosso ha realizzato dipinti estremamente equilibrati, essenziali e rigorosi nell’impostazione formale, si veda ad esempio Nuvole sulla Collina oppure Solitudine, nei quali è restituita pienamente la fragranza di queste terre. Del resto è oramai caratteristica pregnante della pittura di Stefano, codificare i territori da lui visitati per mezzo della propria sensibilità artistica. Se nell’esposizione organizzata a Pordenone nel 2008 dal titolo Terre d’acqua, avevo ammirato le luci dei campi coltivati dall’uomo e il cangiare dei verdi friulani nelle mosse acque dei fiumi, oggi a Montalcino ritrovo tutto il vigore, il carattere e la luce della nostra regione. Stefano ci conduce così in un nuovo viaggio pittorico che ci invita a rileggere, uscendo dall’esposizione, i luoghi fermati nelle sue creazioni con un occhio diverso, attento a quanto possa emozionare la sensibilità di un artista e la nostra, disposta a “osservare” e non semplicemente e superficialmente a “guardare” quanto ci circonda.

Agosto 2009, Montalcino (Si), Michele Pierleoni



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